Il bilancio del 2017 – 1a parte

E’ così si chiude in bellezza l’anno della riscoperta della corsa, del semplice uso dei piedi per raggiungere luoghi vicini e lontani, il modo più antico che aveva l’uomo per spostarsi, cacciare e sopravvivere.
Però all’inizio è stata molto dura. Esattamente 14 mesi fa…

Ottobre ’16
I primi di ottobre del 2016 decido di rimettermi a correre, dopo una pausa di oltre vent’anni. Ma non ricordavo che fosse così faticoso. Andavo in bicicletta, certo,  ma non è la stessa cosa. Per niente. Le  sollecitazioni sulle articolazioni, sulla schiena, il peso che ad ogni passo ti ricorda quanto conta la forza di gravità e l’età che se la ride mentre digrigni per lo sforzo.
Ma lo spirito era quello giusto: scarpe da 18euro (che uso ancora cambiandole ogni 3 mesi), calzoncini e maglietta tecnica regalati da Andreina, berrettino ed App di Runtastic su smartphone (configurata da Andreina) sostituita successivamente da un Garmin (un regalo, ovviamente, sempre di Andreina). La prima settimana sono uscito tre volte, su un percorso di 8km, terminati a malapena  ad una media di 5:50/6:00min. al Km. Poi 10 giorni di stop: non ero neppure in grado di salire le scale per arrivare a casa. A fine ottobre riprendo a correre fiducioso. Siamo ancora attorno ai 5:50min  al km. Un sabato tento pure, incoscientemente, un lungo di 16 km. Risultato: un’altra settimana di stop.

Novembre ’16
A novembre le cose sembrano girare meglio ed una volta esco pure con Andreina: riesco incredibilmente a tenere 7km a 5.25/Km. Andreina si gira continuamente a guardarmi chiedendomi se è tutto ok. Ad un certo punto, probabilmente non si fida più della mia riposta e dice “tu taglia di qua”, che significa “torna a casa, ci vediamo dopo”. Aveva ragione.
L’indolenzimento delle gambe nel frattempo diventa un dolore costante localizzato sulle caviglie.

Dicembre ’16
A dicembre esco regolarmente nonostante il dolore, assumendo un antidolorifico mezz’ora prima di ogni uscita
A fine dicembre proprio mentre il dolore alle caviglie sembra passare, si fa sentire il ginocchio sinistro. Aumento la dose dell’antidolorifico (in realtà un “placebo” che forniscono anche in parafarmacia) e dopo alcuni giorni, non solo il dolore non se ne è andato, ma pure il ginocchio destro inizia a farmi male.

Gennaio ’17
A metà gennaio, con le ginocchia che urlano, tento pure di allungare le uscite a 10 km. Un azzardo che costa caro: non solo non riesco a salire le scale, ma non riesco neppure a camminare. E così rimango fermo fino a metà febbraio.
In questa via crucis, Andreina mi dispensa quotidianamente consigli professionali e puntuali. Dall’alto della sua esperienza “sul campo” da quattrocentometrista (la gara che gli inglesi definiscono “il giro della morte”) e degli studi (isef). Serve altro? Come avere tutti i giorni Franco Bragagna a pranzo e Stefano Tilli a cena. Una consulenza professionale che regolarmente seguivo a parole e tradivo nei fatti. In realtà inconsapevolmente (più o meno) mi rifiutavo di accettare di non aver più il fisico di un ventenne.

Febbraio ’17
La svolta a metà febbraio. Dopo l’ennesima pausa forzata, questa volta di quasi un mese, provo nuovamente ad uscire ma il dolore è tale che decido, finalmente, di farmi vedere da un medico: l’appuntamento è per metà febbraio. Ma avevo già ricevuto varie diagnosi (e relative prognosi) da amici e parenti. “Vedrai che sono i legamenti” oppure “probabilmente il menisco (o i menischi)”. Mi ero quindi preparato al peggio e stavo per rassegnarmi ad una mesta conclusione della mia seconda e breve vita di podista della domenica.  Il medico controlla le ginocchia e le caviglie. Diagnosi: affaticamento. Prognosi: qualche giorno di riposo. E’ vero che avevo già fatto quasi un mese di riposo, ma l’effetto di una simile diagnosi mi ha cambiato. In due giorni sono passati tutti i dolori. ho aspettato ancora qualche giorno prima di riprendere, e verso la fine di febbraio finalmente il “motore” comincia a girare. E così tutto marzo. Quindi trovo anche un compagno per le uscite, Stefano. Lui già corre e fa pure le maratone, ma non mi azzardavo prima a chiedergli di poterlo accompagnare poiché l’avrei rallentato. Con Andreina invece non sempre era possibile uscire, per il semplice fatto che uno dei due doveva comunque stare con Claudia. Con Stefano invece diventano fissi 3 appuntamenti a settimana da 10 km.

Non mi sembra vero che le gambe girino senza alcun dolore, anche se la sensazione di “leggerezza” che provavo quando correvo vent’anni prima (e 15 kg fa) sembra ancora lontana. Gradualmente perdo qualche Kg, e le mie prestazioni migliorano visibilmente. Inizio a correre regolarmente attorno ai 5:10 min al Km
Avevo ripreso a correre per il puro piacere di farlo. Ma ascoltando i racconti di Stefano e seguendo, assieme a Claudia,  Andreina alle podistiche della domenica, mi si affaccia nella mente l’idea di provare la competizione. Ma è ancora presto. E’ poco più di un mese che corro senza accusare problemi.

Aprile ’17: la Ten Miles
Ad aprile ci sono la Rimini Marathon e la Ten Miles. E alla fine decido di farlo e di farlo seriamente: una gara competitiva con pettorale e chip. Ovviamente parliamo della Ten Miles, non della maratona. Cosi faccio le consuete visite per un certificato medico sportivo e mi presento con Andreina il 29 aprile all’iscrizione della Ten Miles, gara di 16km.
Ma ci sono problemi poichè non appartengo a nessuna società sportiva e non c’è più tempo per associarmi a quella di Andreina. Mi suggeriscono allora di iscrivermi alla “non competitiva”. Io però mi rifiuto e comincio a battere i piedi perchè voglio il pettorale e soprattutto la medaglia. Avete presente il cane Muttley che vuole la medaglia a tutti i costi? Uguale.
Alla fine si trova la soluzione: la Runcard, un tessera fornita dalla Fidal per gli atleti che non appartengono ad alcuna società sportiva. L’iscrizione è immediata così come quella alla Ten Miles. In extremis ricevo il mio primo pettorale.
E il giorno dopo partecipo alla mia prima gara.
Corro i 16 km assieme ad Andreina che, un mese prima, mentre io uscivo finalmente dal “tunnel” degli infortuni, incappava in un serio infortunio che l’avrebbe accompagnata per 7/8 mesi. Non ho fatto la gara guardando il cronometro e neppure m’interessava in quel momento. Volevo semplicemente “sentire” la gara in compagnia di Andreina. La terminai in uno stato euforico. Non vedevo l’ora di farne un’altra.
E non dovetti aspettare molto.

Maggio ’17 e le “mezze”
La Maratonina dei Laghi: il muro…
Il 14 maggio c’era la Maratonina dei Laghi, gara di 21km (e 97m). Oramai potevo correre con regolarità, e nelle due settimane che intercorsero fra le due gare provai anche un lungo in solitaria di 21km. Gambe ok, testa ok, 1h e 51min senza troppa fatica. Un test assolutamente positivo.
Al momento dell’iscrizione ti consegnano anche la t-shirt tecnica (come in molte podistiche che si rispettino). Mai slogan fu più azzeccato. Sulla t-shirt c’è scritto: “Se t ci strac, strenz e cul e tin bota”. E’ la t-shirt tanto desiderata da Simone, podista e maratoneta esperto al quale luccicano gli occhi tutte le volte che la vede. In effetti ancora ne parlano. E quel “tin bota” fu il leitmotiv della mia condotta di gara. Un condotta di gara che definire scriteriata è un eufemismo.

Alla partenza mi trovo a pochi metri dai peacer dell’ora e 40′.
Per chi non lo sapesse, i Peacer sono i runner che offrono un riferimento cronometrico per raggiungere un determinato obiettivo; sono runner esperti in grado di mantenere un ritmo costante per tutta la gara e che riportano sulla t-shirt e sul palloncino il tempo finale ottenibile mantenendo tale ritmo. Vuoi migliorare  il tuo personale e stare sotto un determinato  tempo? Allora cerca  i Peacer con il tempo più vicino e seguili: essi ti accompagneranno fino al traguardo. Nelle mezze e nelle maratone ce sono più di uno.
Guardo i palloncini mossi dal vento caldo, caldissimo, con l’indicazione delle ore e dei minuti. Stefano dice “guarda che è tanta roba”. Si lo penso anch’io, 1 ora e 40 minuti è tanto, e in quel momento era parecchio al di là delle mie possibilità.
Sono partito come una palla di cannone, fissando i palloncini dei peacer del 1:40, come se volessi rimanerci incollato. L’ultimo ricordo lucido è la lettura di Runtastic al 10° km. Poi il nulla. Buio, nonostante il sole cocente. Ogni tanto mi vengono dei flash, tipo quello che s’imbosca attorno al 13simo per non aver digerito la cena della sera prima, oppure l’imprecazione di un automobilista bloccato ad un incrocio dal passaggio dei podisti. Per il resto non ricordo nulla.
Ecco, così ho fatto la mia conoscenza del “muro del podista”.  Il “muro” più famoso ovviamente è quello della maratona. Sempre di “muro” comunque si tratta. Cioè di un momento di crisi improvviso, di cui hai ignorato i campanelli d’allarme in piena trance agonistica,  che ti svuota completamente e ti lascia senza fiato e senza gambe. Quando sbatti contro il “muro” confidi nell’inerzia del tuo corpo in movimento e ti affidi a qualche divinità. Generalmente, si ricorda poco o niente dei momenti successivi. Io infatti non ricordo nulla. Però è stato un bell’insegnamento. L’ho terminata in 1:55 e qualche secondo con il cervello in standby. Da quel momento, ho affiancato le tabelline di Excel all’allenamento. Mi sono applicato diligentemente per capire come distribuire meglio la fatica analizzando ogni corsa, scomponendola in km e calcolando il passo migliore ottenibile includendo tutte le possibili variabili (tempo, tipologia percorso, lunghezza etc.). Un giochino divertente, al pari di Super Mario e candy crush, molto empirico e poco scientifico. Un passatempo vagamente Nerd. Per fortuna ci sono sempre Bragagna a pranzo e Tilli Cena. Cioè Andreina.
E le lunghe uscite con Stefano mi convincono che la chiacchierata durante l’allenamento è più efficace e divertente del “giochino”

Strarimini
A distanza di una settimana, ho già una chance per rifarmi sulla distanza della mezza maratona. Questa volta invece freno. La paura del “muro” ha il sopravvento. Termino in 1h 49min e miglioro nettamente il tempo della maratonina, ma all’arrivo sono ancora fresco. Comunque sia, il ghiaccio è rotto. Da quel momento, ogni week end era buono per una podistica, competitiva e non…

…CONTINUA

Facebook Comments

Share