Un “croc” per mandare tutto all’aria

E’ bastato un “croc” per mandare tutto all’aria. Un finale d’anno (2017) denso di gare e di buoni riscontri cronometrici mi aveva consolidato una ritrovata sicurezza nel fisico e soprattutto nelle gambe. E per il 2018 grandi aspettative. Obiettivi tanti, ma non impossibili. Miglioramenti sulla mezza e sulla maratona, e soprattutto una trail, magari “ultra”.

E invece “croc”. AL 13° km sento uno schiocco nel polpaccio destro simile ad un elastico che si strappa . E in un secondo tutti i programmi, tutte le gare alle quali sono già iscritto assieme ad Andreina e tutti gli obiettivi, vengono letteralmente “resettati”. Il tavolo si ribalta con tutti i piatti e i cocci finiscono ovunque. In un secondo cambia tutto. Proseguo la corsa per inerzia, fino alla fine. Arrivo al 21° con la sensazione di dovermi “riorganizzare mentalmente”. Arrivo al 21°Km (e 97m) perchè dopo tutto ne mancavano solo 8. Sento solo un leggero fastidio, perché  il polpaccio è caldo, perché  non sto spingendo, perchè è bello arrivare al traguardo mano nella mano con Andreina, perché  forse spero di essermi sbagliato. Ma ho ancora la nausea per quello schiocco simile al rilascio dell’elastico di una fionda proveniente “da dentro”. Alla fine prima il medico e poi l’ecografia lo confermano. Strappo di 3° grado al gemello mediale. La lesione si è verificata sopra un’altra recente lesione (di cui ignoravo l’esistenza) che si stava ancora cicatrizzando: almeno un mese di stop. E poi un graduale recupero. Molto graduale. Mi vien detto che non è un trauma invalidante… ma questo puoi dirlo a chiunque tranne che ad un runner.

Il “vaffanculo” diventa un potente mantra. Non serve a molto, ma almeno canalizza la rabbia per disperderla altrove. E quanti vaffanculo…
Dopo un primo momento di sconforto (tanto), con un po’ di ritrovata lucidità ci si deve necessariamente rioganizzare, soprattutto mentalmente. Guardo il calendario gare e tiro una riga su tutte da qui a maggio. Per fortuna posso per lo meno “pedalare”. Per continuare a tenermi in allenamento posso usare la cyclette. Non è la stessa cosa, non è come correre, ma almeno posso mantenere il “fiato”. Non è come ricominciare da capo, ma poco ci manca. Certo, nella vita c’è sicuramente di peggio, ma anche questo non puoi dirlo ad un runner “azzoppato”. E così per un mese “pedalerò” solamente. Poi, forse, gradualmente riprenderò a correre (alternando le uscite alle “pedalate”).

Forza e coraggio. Acquisto una cyclette, la stessa che usano anche gli anziani e preparo una tabella per 5 allenamenti alla settimana. Stabilisco distanze e passo medio. E rimedio pure in fondo all’armadio i calzoncini imbottiti, vestigia di un recente passato da mountain biker.
Fatti due conti, le prime gare in cui potrò presentarmi con una preparazione “dignitosa” sono a maggio.
Ma guarda un po’, a maggio c’è La Maratonina dei Laghi. Ho ancora un conto aperto con questa gara. Sarà il destino? No, neppure questo puoi dirlo ad un podista (o ad un runner, che è la stessa cosa). Il runner non crede in nulla che non siano le proprie gambe. Magari fa scongiuri, incrocia le dita e gioca gli stessi numeri. Ma quando deve corre sa che qualsiasi cosa accada tutto è nelle sue mani, anzi nei suoi piedi.

 

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