44a Half Marathon Roma-Ostia

Anche l’anno scorso ero iscritta a questa gara, ma ero andata a Roma da sola a ritirare mestamente il pettorale perché ero infortunata. Quest’anno per fortuna è stato un po’ diverso: prima di tutto perché non ero infortunata, secondo perché sono andata con Samuele, anche se purtroppo l’infortunato era lui.

L’organizzazione è ancora una volta impeccabile e il ritiro del pettorale è molto semplice e veloce. Al banco ritrovo l’addetto che mi aveva dato il pacco gara lo scorso anno e che si ricordava di me, perché gli avevo detto che non avrei corso. Mi consiglia la taglia della maglietta da prendere e mi augura il classico “In bocca al lupo”. In più, già che c’eravamo, ci siamo iscritti con tariffa agevolata alla mezza di Pescara a maggio, uno stimolo in più per Samuele per recuperare: speriamo bene.

Con le nostre borsette colorate ce ne torniamo in albergo e poi si va in giro per Roma. La sera cena con gli amici e poi subito a letto.

Il giorno dopo sveglia alle 6.30: sono abbastanza gasata, ma so che mi sono allenata poco e male a causa soprattutto della pioggia forte e della neve delle ultime due settimane, e queste non vogliono essere scuse ovviamente, ma è solo consapevolezza dei miei limiti.

Scesi dalla metro seguiamo la scia dei runner con le borsette colorate, colori dati in base al tempo di iscrizione e, di conseguenza, alla griglia di partenza assegnata. Il cielo è nuvoloso, ma non è freddo. Simone ci aspetta vicino alla scultura di Pomodoro e ci facciamo due chiacchiere e un po’ di stretching. Viene pure Armando a salutarci: dopo la nascita della figlia non ha ancora ripreso a correre, farà solo i 5 km, però gli facciamo promettere che tornerà a fare le gare “serie”. Faccio 20′ di coda per fare un po’ di pipì, poi saluto Samuele che deve andare a Ostia col treno, e mi avvio nella mia griglia. C’è un sacco di gente e non c’è tensione: chiacchiere, urli, applausi e alle 9.15 parte la prima onda. Alle 9.22 tocca finalmente a noi e si va. Il percorso è semplice: un paio di km in zona EUR e poi via a prendere la Cristoforo Colombo che tira dritto verso il mare. Nonostante il paesaggio non sia particolare e la strada sia diritta, non mi annoio con tutta la gente intorno: sento parlare italiano, spagnolo, tedesco, inglese e un altro paio di lingue che non riconosco. Ogni tanto ci sono zone dove suonano e c’è un po’ di pubblico che ci incita. E finalmente la vedo: la “Heartbreak Hill”, la famosa e temuta salita del camping (siamo intorno al 10° km). Non sembra granché, e in effetti non ha una gran pendenza, ma è lunga lunga e cerco di farla a testa bassa, evitando di controllare dove finisce. Mi sembra di metterci un’eternità (credo sia in tutto un paio di km), faccio una gran fatica, ma finalmente finisce e comincia una leggera discesa che mi dà un po’ di respiro. Ma la stanchezza non mi abbandona e faccio la seconda metà gara con molta difficoltà, ma stringo i denti e i km passano: 15, 16, 17, 18, 19…

“Daje regà, bravissimi, io questa la facio solo co ‘a machina” e si ride pure soffrendo. Il mare, che si comincia a vedere già quasi a metà gara, ormai è a due passi: se ne sente prima il profumo e poi il rumore…

Ed ecco l’arrivo: l’arco rosso che però si trova dall’altra parte della strada. Noi dobbiamo girare a destra e percorrere ancora un km: 500 metri col vento a favore, curva a U e 500 metri col vento contro, ma ormai è fatta. Anche questa è finita, anche questa sotto le due ore ed è tempo di sali minerali, gelato, yogurt e qualsiasi cosa serva per tirarsi un po’ su. Ritrovo Samuele, Simone e ci ha raggiunti Vincenzo che, oltre a portarmi barrette al mirtillo (rigorosamente acquistate perché in offerta) e bottigliona di sali minerali, ci riporta a Roma.

Non sono soddisfatta della mia gara, dovevo allenarmi meglio, anche se il tempo alla fine mi lascia soddisfatta viste le mie condizioni, e quindi sono decisa a tornare anche il prossimo anno, penso che sarà la volta buona.

 

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