Lo spirito del Trail: il Cima Tauffi

[Sam] Vorrei raccontare tante cose perchè in 60km (che poi sono circa 56 in seguito alla deviazione dovuta al maltempo) nei fai tante. L’emozione per averla terminata è impagabile. Il divertimento e le sensazioni provate durante il percorso sono oltre ogni aspettativa. Ho ricevuto in cambio ben oltre lo sforzo che mi è stato richiesto. Sono in debito. Sapevo che sarebbe stato qualcosa di diverso rispetto ad una gara su strada. Poi sei lì e ti accorgi di tante altre sfumature che non avevi previsto. Superando il traguardo la prima cosa che ho pensato, in modo ingenuo, con estrema leggerezza “mi sono divertito come un bambino spensierato che si mette a saltare nel fango sotto alla pioggia”. Mi son guardato in giro per cercare i compagni con cui avevo condiviso gli ultimi 30 km, perchè volevo ringraziarli, volevo scambiare con loro il contatto su Facebook e rivederli al prossimo trail. Mi son guardato attorno trangugiando anguria e arance. Non volevo andarmene perché non volevo che finisse. Tutto era durato quasi 11 ore, ma a quanto pare non ne avevo avuto abbastanza. Poi la stanchezza è arrivata e mi sono incamminato all’appartamento. A quel punto non sono riuscito a trattenere qualche lacrima.

Sono arrivato a Fanano venerdì pomeriggio con Mirko, architetto di Fano conosciuto su Bla Bla Car. Cercavo un passaggio, e quando ho visto il suo tragitto e gli orari ho subito intuito che anche lui andava lì per partecipare al Cima Tauffi. Nell’accordarci sugli orari, ho saputo poi che pure lui avrebbe fatto il percorso da 60 km. Ed è nata un’amicizia. A pranzo ci fermiamo in un parco poco fuori Fanano e nel pomeriggio andiamo a ritirare i pettorale dopo un controllo piuttosto fiscale del materiale obbligatorio (zaino, borracce, giacca etc.). Quindi prendo possesso del miniappartamento (neppure tanto “mini”) affittato per due giorni tramite Airbnb. Avrei potuto dormire gratuitamente in sacco a pelo presso il Palaghiaccio di Fanano, ma trattandosi del primo trail, volevo avere un “rifugio” sicuro per il prima e il dopo. Ho tutto l’appartamento per me. Così tiro fuori il portatile e mi metto a lavorare in attesa del pasta party.
Al Pasta party vado con Mirko e lì conosciamo Matteo e Filippo, ragazzi di Bologna che faranno la 60 km con noi, e Riccardo di Bomporto (Modena) che farà la 35 Km. Tutti esperti. L’unico “novellino” sono io. C’è anche un altro atleta al nostro tavolo di cui non ricordo il nome, è il più anziano, apparentemente. Quando parla sembra che mastichi un pezzo di carne secca. Avete presente Zio Zeb del telefilm “Alla conquista del West”? Guardandomi attorno ho la sensazione che siano tutti così quelli che fanno le trail, forse perchè molti sono nati in montagna, forse perché il rapporto che instaura uno specialista di trail con l’ambiente è qualcosa di intimo, silenzioso e forse selvaggio.
Nel frattempo arriva a Fanano anche Luigi, altro runner della Rimini Marathon, specialista (come tutti lì) delle Trail. Lo saluto, ci facciamo un selfie e gli chiedo suggerimenti. Conosce in parte il percorso avendolo già fatto l’anno precedente. Io sono proprio un rompicoglioni, un po’ emozionato, con tanti dubbi e incognite. E così faccio domande, fino allo sfinimento. Rientro presto in appartamento ma sono così agitato che preferisco lavorare qualche ora al pc.

Verso 6 siamo già in piedi. Caffè con Mirko e verifica dell’equipaggiamento. Stipo all’inverosimile sali e snack in tutte le taschine della camel bag e mi carico di una quantità d’acqua superiore al minimo richiesto dal regolamento.  Verso le 6:30 ci  incamminiamo verso Piazza Orsini per la partenza.
Un saluto dell’organizzazione ed alle 7 si parte con la colonna sonora di Morricone dal film “Il Buono, Il Brutto e Il Cattivo”.
Non avevo ancora capito come comportarmi, pur sapendo che ci aspettavano subito 12km in salita: faccio un scatto come in una qualsiasi podistica per trovare la posizione migliore, così al 2°Km sono già in affanno. Un novellino. Per fortuna gli 80/100km collinari fatti settimanalmente negli ultimi mesi mi hanno aiutato a superare il primo impasse.

La salita si fa sempre più ripida. Usciamo dal bosco e il panorama è spettacolare. Perdo qualche minuto a fare qualche foto e poi iniziamo l’ultimo tratto in salita ancora più ripido.

Arriviamo in cima al Monte Cimone dopo circa 2h45m, e lo spettacolo è incredibile. Siamo a 2165m e dobbiamo scendere a 1200m. La salita è stata particolarmente faticosa, ma la discesa lo sarà ancora di più. Dopo circa 2km quasi in caduta libera, cado realmente e un dolore improvviso alla coscia destra mi fa venire i brividi. Non riesco ad alzarmi. Allora mi appoggio ad una roccia e provo a fare stratching massaggiandomi il bicipite femorale. Uno dei bastoni è leggermente piegato. E penso “siamo solo al 15° km e ne mancano ancora 45…”. Mantengo la calma e dopo un intenso massaggio riesco ad alzarmi. Riprendo a scendere a piccoli passi e mi aggrego ad un gruppo che sta chiacchierando sulle classifiche delle edizioni passate.
Per un po’ seguo un runner che corre senza bastoni e saltella agilmente in discesa. Mentre io percepisco il rumore del terreno ogni volta che appoggio pesantemente i piedi, lui pare muoversi su un tapis roulant perfettamente a suo agio sulla superficie sassosa ed instabile. Mi dirà in seguito che non sarebbe stato in grado di usare i bastoni in quanto convalescente da una frattura ad un braccio. Intanto però lui saltella mentre io arranco.

Raggiungo il primo cancello orario senza altri “incidenti” attorno alle 11:00 sorseggiando continuamente l’acqua e i sali dalla camel bag per prevenire i crampi. E poi pizza e cola, soprattutto la seconda, al rifugio Taburri. Lì incontro anche Mirko e con lui riprendo il cammino.
Strada facendo, ho compreso che non vero (come molti narrano) che nelle Trail si corra poco. Nella salita ripida ci si arrampica, nella discesa ripida si va giù a rotta di collo  (e ci vuole tecnica), nel resto del percorso (su un costone, nel bosco, nel fango) si corre sempre, con i bastoni in mano. Un po’ come l’uomo primitivo.
Ho tutti i muscoli indolenziti, inclusi glutei e spalle. E per fortuna ho fatto tante “collinari” negli ultimi mesi.
Al 30° km, durante una delle tante cadute rompo uno dei bastoni e devo abbandonarlo ad un ristoro. Non mi mancherà affettivamente ma come “accessorio” fondamentale per affrontare discese e salite. Un “compagno” di strada mi chiederà ad un certo punto notando l’originale tecnica “a pagaia” adottata in salita,  “ma è una tua scelta l’uso di un solo bastone?”
Al 35° km inizia a piovere e smetterà solo attorno al km 50. All’inizio non indosso la giacca. Tante volte durante una podistica ho preso la pioggia e poi son già piuttosto sudato. Che senso ha? Poi si alza il vento, la temperatura si abbassa leggermente e ne comprendo quindi l’utilità.
A causa della pioggia incessante, quando siamo al rifugio Capanno Tassoni, ci informano che il percorso è stato modificato e dobbiamo seguire quello “rosso” direttamente verso l’ultimo “cancello orario” presso il Lago Pratignano.
Durante il percorso ci aggreghiamo a due ragazzi di Brescia, Riccardo e Daniele, e con loro percorriamo in fila indiana circa 10km nel fango, in salita e in discesa, con passo piuttosto sostenuto. All’ultimo “cancello orario” ci attende un piacevole ristoro a base di anguria, pizza e birra.
Dopo un quarto d’ora riprendiamo la strada e ci separiamo dagli amici bresciani. A passo spedito ci buttiamo in una lunga discesa. Cerco di “imitare” Mirko il quale mi suggerisce continuamente di tenere i piedi vicini per evitare di perdere l’equilibrio negli spazi stretti. Il contrario di quello che ho sempre fatto nelle gare su strada. Devo ancora apprendere la tecnica corretta,
Gli ultimi km sembrano infiniti. Incontriamo un altro runner, Gianlcuca, ed insieme dopo qualche km sbagliamo strada. La pioggia nasconde i “nastri” di segnalazione. Scivolo più volte e in un’occasione colpisco con la punta del piede una pietra nascosta da un cespuglio e vedo le stelle. Nel rialzarmi cerco di riprendere fiato e mi separo da Mirko. Riprendo a correre e raggiungo Gianluca che nel frattempo si era separato da Mirko,  ed in fila indiana percorriamo gli ultimi km. Ad un certo punto si ferma e mi chiede di superarlo perché non riesce a  tenere il passo. Io lo tranquillizzo replicando che non m’interessa tanto tenere un passo veloce quanto non perdermi nuovamente confidando nella sua esperienza (e non avendo dietro gli occhiali da vista).

E finalmente entriamo a Fanano dopo aver camminato l’ultimo mezzo km in salita. Mi lascio andare nell’ultima corsetta verso l’arrivo per la foto di rito,  serrando i pugni per la soddisfazione. Sono felice, felice come poche altre volte lo son stato in modo così intenso e pieno. Oltrepasso il traguardo “scortato” da due bambini e cerco subito le facce degli amici conosciuti durante le oltre 10 ore e mezzo di gara. Adesso mi sento più simile a loro e sento di poter chiacchierare alla pari, come se mi fossi guadagnato l’ammissione ad un gruppo ristretto e riservato. Con le gambe rigide mi appoggio alla fontana di Piazza Orsini e mi faccio un selfie da inviare ad Andre ed agli amici. Volevo fare una trail per comprendere quanta differenza c’è da una gara su strada. Volevo far una trail perchè ne avevo sentito parlare come di un mondo a parte rispetto al podismo su strada nei racconti e nelle foto dei ragazzi della Rimini Marathon. E volevo fare una trail perché cercavo qualcosa di nuovo per mettermi alla prova. E l’ho trovato, caspita se l’ho trovato. La sera, nonostante le vesciche e qualche unghia rotta dei piedi che mi fa zoppicare, vado a Cena con Mirko, Matteo e Filippo. Un ultimo saluto con l’intenzione di vederci al prossima occasione.

Questa trail è stata una rivelazione al di là dell’organizzazione perfetta nonostante la deviazione per il maltempo. Per come l’ho vissuta è stata un’esperienza totalizzante. Una gara che dura così a lungo crea indubbiamente ricordi indelebili. Farò ancora decine e forse centinaia di podistiche su strada e mi divertirò ancora per parecchio tempo su distanze diverse assieme ad Andre e gli amici della Rimini Marathon. Però adesso, ogni volta che andrò a correre, saprò che dietro l’angolo c’è una porticina seminascosta come la tana del Bianconiglio, oltre la quale, ogni volta che ne avrò voglia (come ora) ritroverò lo spirito della trail.

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